In Between - Milan Design Week 2026
Ci sono momenti, durante la Milan Design Week, in cui ti accorgi che non stai più semplicemente osservando qualcosa, ci stai entrando dentro, non sono solo oggetti ne installazioni, ma transizioni.
Alle Cavallerizze, nel distretto 5VIE, all’interno del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, l’ingresso non era semplicemente segnalato, era qualcosa da attraversare: con Re-Campaign, lo Studio mo man taiha trasformato striscioni pubblicitari dismessi in una sequenza di portali colorati. Materiali pensati per essere guardati da lontano, velocemente, sono stati tagliati, rielaborati e ricomposti in un tunnel che richiede un passaggio lento. Camminando, il colore cambia continuamente, gli strati si sovrappongono, frammenti di immagini precedenti appaiono e scompaiono, la luce filtra attraverso superfici riciclate. La struttura si estende oltre sé stessa, proiettando griglie e ombre che si muovono insieme a te. Quello che era immagine diventa spazio. Quello che era passivo diventa fisico.
Non lo guardi soltanto, lo attraversi! Quella sensazione rimane.
Ritorna, in una forma diversa, al Museo della Permanente, dove Kia presenta Cultural Vanguard: all’inizio sembra un’atmosfera, onde di colore che si espandono nello spazio, si sovrappongono, si dissolvono, si ricompongono. Ma più ci si sofferma, più la logica si rivela: Il colore in realtà non esiste, esiste solo luce bianca!
Quello che percepiamo come blu, magenta, verde nasce da processi di filtrazione e riflessione. Le superfici intercettano la luce, la dividono e la ricombinano, costruendo il colore nello spazio, istante dopo istante. Una logica vicina al CMYK, ma espansa nell’ambiente. Due piani si sovrappongono, e appare un terzo colore, ti sposti leggermente, e scompare.
Nulla è fisso. Tutto è relazionale, ciò che coinvolge non è solo l’effetto visivo, ma la consapevolezza che la percezione stessa si costruisce in tempo reale.
Poco più avanti, In-Between Matter di Shimadzu Corporation e we+ sposta l’attenzione ancora più in profondità verso la presenza, o l’assenza, della materia: contenitori trasparenti custodiscono liquidi quasi invisibili. Li osservi e potresti non accorgerti che ci sono, finché non iniziano a muoversi. Quando i contenitori ruotano, i liquidi con densità diverse reagiscono. Si formano vortici, emergono spirali, sottili distorsioni rivelano la loro presenza. Ciò che era impercettibile diventa leggibile per un attimo, attraverso il movimento. E poi, quando la rotazione rallenta, tutto si dissolve di nuovo, le forme collassano, le superfici si calmano.
I liquidi non scompaiono: tornano semplicemente a uno stato in cui non possono più essere distinti.

Accanto, delle tavolette in ceramica trattengono il colore in modo diverso. Il pigmento non è applicato ma assorbito, diffuso all’interno del materiale. Ogni superficie presenta leggere variazioni, come la traccia di un processo più che il risultato di una scelta formale.
Nulla è statico. Tutto dipende dallo stato!


TQuesta stessa attenzione alla variazione emerge in Coexist: TABLEWEARE di Shota Shimode: una serie di ciotole in legno, disposte su tre mensole, rivela una progressione quasi impercettibile. Le dimensioni cambiano leggermente: diametro, profondità, curvatura. Anche il materiale varia quel tanto che basta per modificare peso, tono, presenza. Ogni oggetto è completo. Ma insieme costruiscono una sequenza, uno studio silenzioso sulla variazione.
Non si coglie immediatamente, richiede tempo.


Con Lessons in Relations di TAKT Project, la variazione diventa un dialogo tra processi naturali e tecnologia: le sculture realizzate tramite stampa 3D, non sembrano progettate ma cresciute. Le forme seguono logiche interne: schemi di accumulo, erosione, equilibrio. Ogni elemento appare guidato da condizioni più che da un disegno imposto, c’è precisione, ma anche imprevedibilità.
Una forma di emergenza controllata.


Da Louis Vuitton nella collezione Objets Nomades, l’installazione di Atelier Oï alla base della scala lavora per ripetizione e leggerezza: gli elementi strutturali si stratificano fino ad ammorbidire la loro rigidità. Da un lato appare architettonica, da un altro quasi tessile, come qualcosa che potrebbe muoversi, espandersi, dissolversi.
Non impone una lettura unica, cambia con il movimento.

E al Teatro Arsenale, la collezione FLORALIS elimina del tutto la materia: laser e fumo definiscono volumi temporanei. I confini appaiono precisi ma intangibili, e si dissolvono subito dopo. Lo spazio viene disegnato, ma mai trattenuto.
Una struttura fatta di luce e aria.


Attraverso tutti questi momenti ciò che emerge non è uno stile, ma un’attitudine. Un modo di lavorare che evita definizioni rigide, che opera attraverso transizioni, più che conclusioni. Tra arte e design, tra materia e percezione, tra controllo e imprevedibilità. Tutto esiste leggermente nel mezzo, ed è forse per questo che risuona così profondamente: perché è anche da lì che parte il nostro lavoro.
Ogni pezzo nasce da qualcosa di preciso: geometria, simmetria, intenzione. Ma non esiste completamente da solo: ha bisogno del movimento, ha bisogno del corpo e del tempo, come quei liquidi: si rivela nella transizione. Non fisso. Non definitivo.
Solo… in between.





















