Incontro con Giampaolo Babetto a Milano: oro, memoria e materia.

Ci sono incontri che restano, perché riescono a dare forma a qualcosa che già sentivamo, ma per cui non avevamo ancora trovato le parole giuste. Incontrare Giampaolo Babetto a Milano è stato uno di quei momenti.

Ammiravamo il suo lavoro da molto tempo: la sua geometria, il suo silenzio, la sua apparente semplicità e il modo straordinario in cui l’oro diventa struttura, superficie, peso e luce. Ma ascoltarlo parlare dei suoi pezzi, vedere gli oggetti davanti a noi, capire come ogni decisione nasca dal materiale e dal corpo, ha reso il suo lavoro ancora più vivo.

L’incontro si è svolto a Salotto SPJ, uno spazio intimo a Milano, ospitato da una designer scandinava che vive in città e che apre regolarmente la sua casa a conversazioni dedicate al gioiello, al design e all’artigianato. È lo stesso luogo in cui avevamo già avuto il piacere di incontrare Giovanni Corvaja, un’altra figura straordinaria dell’oreficeria contemporanea italiana.In un certo senso, questo incontro ci è sembrato una continuazione di quella storia.Corvaja e Babetto non appartengono alla stessa generazione, e i loro lavori sono immediatamente diversi. Eppure condividono un terreno comune: la Scuola di Padova, e con essa un modo di avvicinarsi al gioiello profondamente legato alla ricerca, alla disciplina, all’intelligenza del materiale e alla mano.

Babetto è nato a Padova nel 1947. Ha studiato all’Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Nel corso dei decenni è diventato uno dei nomi più importanti del gioiello contemporaneo italiano, riconosciuto a livello internazionale per un linguaggio che unisce oreficeria, geometria, architettura e arte.

Ma ciò che ci ha colpito di più non è stata soltanto l’importanza della sua carriera. È stato il fatto che sia ancora qui, ancora al lavoro, ancora capace di pensare attraverso il materiale con la stessa precisione e curiosità. Ascoltarlo è stato come trovarsi davanti a una memoria vivente di un mestiere che sta diventando sempre più raro, non perché il gioiello stia scomparendo, ma perché il tempo, la conoscenza e la pazienza necessari per comprendere davvero un materiale sono sempre più difficili da preservare.

Lavorare secondo il materiale

Gioielli geometrici in oro, dettagli in blu cobalto e altri pezzi su una superficie color petrolioDettaglio della cerniera di un bracciale in oro e della superficie satinata grezza del pezzo, su uno sfondo blu.

Durante l’incontro, Babetto ha spiegato un bracciale la cui forma segue il braccio in una linea continua. Quello che a prima vista potrebbe sembrare un puro oggetto geometrico è in realtà il risultato di un dialogo complesso tra materiale, tecnica e corpo. Voleva che la forma si muovesse naturalmente intorno al braccio. Ma poi si presentava il problema della chiusura. In una linea di questo tipo, spiegava, qualsiasi chiusura visibile o elemento aggiunto avrebbe disturbato l’intero pezzo. La soluzione doveva funzionare, ma allo stesso tempo quasi sparire. Rimane visibile solo un piccolo perno. Abbastanza per chiudere il bracciale, ma non abbastanza da interrompere la forma.

È qui che il suo lavoro diventa per noi così affascinante. La soluzione tecnica non è separata da quella estetica. La chiusura non è un accessorio aggiunto alla fine. È parte del pensiero dell’oggetto.

Babetto ha spiegato che il bracciale non viene semplicemente curvato. Viene formato a martello. Attraverso la battitura, il materiale si indurisce, si deforma e accumula tensione. Poi, quando il pezzo viene tagliato per creare la chiusura, quella stessa tensione interna diventa utile: aiuta il bracciale a bloccarsi. Per noi, la bellezza di questa idea sta proprio qui: il materiale non viene costretto a obbedire. Viene compreso, e il suo comportamento diventa parte del progetto.

Il gioiello deve vivere sul corpo

Un’altra frase ci è rimasta impressa: Il gioiello deve vivere sul corpo.” Può sembrare ovvio, ma nel gioiello contemporaneo è un promemoria fondamentale. I pezzi di Babetto sono bellissimi anche quando sono appoggiati su un tavolo. Possono essere visti come piccole sculture, architetture in miniatura, studi geometrici in oro. Ma per lui questo non basta. Un gioiello diventa pienamente se stesso solo quando viene indossato. Sul corpo tutto cambia: c’è il movimento, c’è la luce, c’è il peso, c’è il comfort, o anche il disagio. C’è il modo in cui una forma segue il braccio, il collo, la mano. C’è il modo in cui un pezzo dà intensità alla persona che lo indossa.

Questo è un pensiero che sentiamo molto vicino. Come designer e orafi, sappiamo che un oggetto può essere perfetto in una vetrina e non essere ancora vivo. Il gioiello non è solo qualcosa da guardare. Deve entrare in relazione con il corpo. Deve trovare il suo posto nel movimento, nel gesto, nella vita quotidiana.

Babetto ha descritto il gioiello quasi come un’architettura per il corpo. Abbiamo amato molto questa idea perché contiene insieme precisione e intimità. L’architettura dà struttura, ma il corpo dà vita.

Geometria, ma mai fredda

Gioielli geometrici in oro su una superficie rossa.

In uno dei pezzi mostrati durante l’incontro, una serie di elementi geometrici in oro si sviluppava quasi come una piccola architettura. Ogni modulo era preciso, quasi razionale, eppure l’intero oggetto sembrava vivo per il modo in cui l’oro catturava la luce. Il materiale non rivestiva semplicemente la forma: le dava calore, ritmo e movimento. È questo che rende il lavoro di Babetto così potente. Unisce la disciplina della geometria all’intelligenza del materiale. Il risultato è rigoroso, ma mai vuoto. Minimo, ma mai povero. Silenzioso, ma pieno di presenza.

L’oro come trasformazione

Bracciale in oro composto da cerchi, uno dei quali con interno rosso, su una superficie rosa con forme geometriche colorate sullo sfondo.

Custode vivente di un sapere raro

Serie di vasi decorativi in argento, la loro su una superficie é molto sottile e martellata, lo sfondo é sfocato.

Cosa portiamo con noi

Siamo usciti dall’incontro con qualcosa in più dell’ammirazione: con un senso rinnovato del perché il gioiello conta. Può essere piccolo, ma non è mai insignificante. Può contenere architettura, memoria, luce, movimento, tecnica ed emozione in uno spazio molto concentrato. Può parlare di materiale, ma anche del corpo. Può essere un oggetto, ma anche una relazione.

Incontrare Giampaolo Babetto ci ha ricordato che un gioiello non è completo solo perché è finito. È completo quando trova il suo posto sul corpo, quando si muove, quando riflette la luce, quando dà qualcosa alla persona che lo indossa. E forse è proprio questo che mantiene vivo l’artigianato: non ripetere il passato, ma continuare a chiedersi che cosa può diventare un materiale.

Per noi, questo incontro è stato un privilegio. Un momento di apprendimento, ispirazione e gratitudine. Un altro capitolo nella nostra esplorazione del gioiello contemporaneo italiano e delle persone che ne hanno definito, e continuano a definirne, il linguaggio.

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